Un senso


Perché? Perché deve succedere sempre così? Perché noi, ragazzi di 20, 25, 30 anni non possiamo più pensare ad una manifestazione nel nostro Paese senza preventivare fatti del genere? Perché nel resto del mondo i giovani, per quanto indignati, riescono ad organizzarsi e a manifestare pacificamente cercando anche di proporre qualche soluzione, cercare qualche dialogo, ottenere qualche risposta?

Genova 2001, Roma 2011. 10 anni di distanza, nessuna differenza. Forse una, quasi casuale: non c’è scappato il morto. 10 anni buttati nel cesso, senza nessun insegnamento, ma forse senza qualcosa di più importante. Sono passati 10 anni e non è stato fatto nulla, in questo Paese, per migliorare la situazione, per evolvere, per crescere. Siamo gli stessi di allora, solo con 10 anni in più.

Quei ragazzi che sabato hanno sfasciato Piazza San Giovanni, avevano un obiettivo specifico. Non erano la polizia, i potenti, i palazzi. L’obiettivo erano i pacifici. Sono entrati come un coltello nel burro nel corteo, non si può dire si siano infiltrati perché sono stati ben visibili da subito. Lo squadrone nero, il blocco nero, appunto, il black block. Hanno agito indisturbati, le forze dell’ordine (?) hanno lasciato via libera, il corteo era disorganizzato a tal punto che nessuno è riuscito a fermarli. Chi ci ha provato, singolarmente, è stato preso a sprangate.

Hanno preso la testa del corteo e hanno puntato dritti verso Piazza San Giovanni. Un anno di addestramento in Grecia, su e giù dall’Italia una volta a settimana per affinare la loro tecnica di guerriglia. Attaccare, alleggerire, cambiare lato, attaccare, alleggerire, cambiare lato. 18, 20, 25 anni contro i 48, 50, 60 dei poliziotti di fronte. La differenza di età ha facilitato il gioco.

Ordine unico: annullare la giornata. Dovevano vincere loro, gli incappucciati. Dovevano fermare i moderati. Quelli del dialogo, quelli della soluzione pacifica. Non è nemmeno più un comportamento figlio del “tanto peggio tanto meglio” perché qua il meglio non esiste. Non viene ricercato, non interessa. C’è solo una rabbia repressa che vogliono esprimere perché nessuno in questi anni ha dato dimostrazione di voler fare qualcosa per loro. Non hanno una visione di un futuro possibile. Non hanno davanti a loro una prospettiva credibile. Vedono i loro padri, i loro parenti, i loro amici rimanere a casa senza lavoro o addirittura non riuscire mai a trovarlo.

Vedono una società dove se sei figlio del capo prendi 3000 euro al mese (o vieni messo in Consiglio Regionale) non facendo nulla e se non sei nessuno non prendi nulla facendo 300 ore al mese. Vedono un Paese dove la mafia ha stabilito un rapporto intrinseco con il potere, è arrivata ai vertici della Nazione e se n’è lentamente impossessata, confondendosi. E dove meritare qualcosa non ha più nessun valore, nessun senso. Vedono un potere che ignora ciò che la popolazione richiede. Passa sopra, con ruspe e manganelli, alle legittime proteste territoriali per opere alquanto discutibili. Vedono altri, lontani, impossessarsi delle loro vite e negare loro il diritto a sognare qualcosa di migliore.

La politica in tutti questi anni ha abbandonato questi ragazzi e ora non si interroga nemmeno sul motivo per cui questi teppisti, vandali, stronzi, bastardi, come vogliamo chiamarli, scatenano il finimondo ogni qualvolta sia per loro possibile. Piazzano basi militari in pieno centro città, scavano tunnel in montagne pericolose e poi auspicano il ritorno alle armi per fermare scene come quelle di sabato. Hanno sempre avuto solo la forza di combattere, mai di proporre. Hanno sempre e solo pensato al presente, mai al futuro. Hanno sempre e solo imposto, mai ascoltato. Così quando è arrivata la crisi, con tutte le sue conseguenze, il re si è scoperto nudo e i suoi vassalli castrati. La gente si è stancata e la rabbia è esplosa.

Oggi quei neri incappucciati, col casco, coi passamontagna, con le maschere antigas, coi bastoni, le felpe, le sciarpe e le scarpe antinfortunistica, portano solo voglia di distruzione e di ribellione violenta. Il problema è che non sono più in pochi. Sono a centinaia, migliaia. Se sono stati quasi un migliaio sabato, quanti ce ne saranno che non si sono raccolti? E quanti ancora si potranno raccogliere nei prossimi giorni, mesi, anni? Quanti seguaci produrrà ancora il vuoto di questa politica di fronte all’inesorabile discesa negli inferi portata dalla crisi? Sono tutte persone che non hanno più un interlocutore, non credono più con nessuno di quelli che hanno davanti. Si sono sentiti traditi e reagiscono di conseguenza: violentemente.


E sabato avevano solo un obiettivo: impedire a chi voleva fare le cose in maniera diversa di poterla fare. La marcia pacifica, il dialogo, il risultato. Nulla di tutto ciò importa più. “Non chiediamo il futuro, ci prendiamo il presente”. Presente fatto di sassi, di botte, di violenza, di rabbia. Il futuro non si vede e cosa ancora peggiore non si riesce ad immaginare. Gli hanno tolto il sogno e annegato la speranza. E loro hanno voluto farlo con chi ci credeva ancora.

Come noi, che ci crediamo ancora, che crediamo che qualcosa di diverso sia sempre possibile, che la riscossa passi attraverso gli strumenti che l’intelligenza umana ci ha messo a disposizione, il voto, la trattativa, la democrazia.

Che vediamo che ogni azione violenta porta solo ad altra violenza, in una spirale di autodistruzione degna solo del miglior fascismo/nazismo. Che ogni “sanpietrino” lanciato corrisponde ad un corteo vietato, ogni molotov incendiata corrisponde ad un diritto soppresso. Ogni qualvolta il blocco nero entra in azione noi dobbiamo sempre ricominciare da capo. Ogni volta dobbiamo sempre far credere a tutti che noi non c’entriamo, noi cerchiamo altro e manifestiamo in altro modo, più costruttivo.

Ma soprattutto ci costringe a tornare ogni volta alla solita domanda. Perché? Perché deve succedere sempre così? Un’idea noi ce la siamo fatta, sarebbe ora che anche la politica se ne facesse una di decente. Sempre che la politica, oggi, abbia ancora un senso…

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