Archivio

Archivio per la categoria ‘Racconti’

Running around my brain

13/07/2010 Lascia un commento

Karibu Jambo Buana Leo Jua Kali Sana.
Karibu Jambo Buana Leo Jua Kali Sana.
Asante Sana Icio Asante Sana..Kesho Apana, Apana Jua Kali Sana.
Olèlè Olèlè Malibà Ma’ka’si, Olèlè Olèlè Malibà Ma’ka’si.Luka! Asante Sana Icio…
Mimi Nakupenda Wewe…

La macchina in viaggio, la radio che canta, il finestrino aperto, un pensiero che fugge…

La sabbia che danza al ritmo del vento, le nuvole ballano, il sole si specchia nell’azzurro del mare….

L’ombra dell’albero, il risplendere dei raggi, il caldo asciutto, la brezza costante…

Una sedia al riparo dal caldo, una birra gelata, una cena cucinata, quasi a malavoglia, su un sasso…

Un tirante per aprire il nostro mondo, una cerniera per chiuderci dentro…

Un click della lampada per prolungare il giorno…un click per entrare nella notte…

…e vivere un mondo nuovo, tra la freschezza delle stelle…

…this is A Love Song…It’s A Love Song…Love Song…Love!

Categories: Racconti

Senza nessuna logica apparente

07/01/2010 Lascia un commento

Letto, cassapanca davanti al letto, uomo sopra alla cassapanca, mitra in mano. Io sdraiato di fianco al letto “fermi tutti”, faccio finta di essere morto. Mi chiamano, mi giro, uomo in mano col mitra che mi sorride, mi alzo mi mitraglia.
Sto per morire, sento dolori ovunque, bruciori, alla pancia, al petto, mi guardo, sono pieno di buchi di mitraglia. Ma non sono morto.
Sulla sx, tavolo, lungo, diverse persone, sembrano manichini, stanno mangiando. In piedi, mio padre, mia madre che piange, non tanto, qualche lacrima guardando in basso. Saluto mio padre con la mano, gli faccio capire che me ne sto per andare, saluto mia madre con un più debole gesto dell’arto. Lei mi saluta, le lacrime scendono più spesse, comincia a piangere più forte, ma senza scomporsi. Si mette le mani in faccia, esce dalla scena come per andare verso un paravento. Scendo dal letto, nel quale ero stranamente in piedi, corro incontro a mio padre che nel frattempo stava correndo dietro a mia madre, per fermarla. Urlo, qualcosa, incomprensibile. Forse un “mà”, forse un “aspetta”, forse un “aahh” . La raggiungo, cambio scena, lei dentro la stanza, improvvisamente, la sua testa fra le mie mani, sporche di sangue. Mi guardo. Sono ancora mitragliato. Le dico di farsi forza. Le mie se ne stanno andando. Mi giro verso l’uomo che mi ha sparato. Lo conosco. Faccio un passo verso di lui. Con rabbia.
Mi sveglio. Agitato. Era un incubo.

Categories: Racconti

Il caminetto

05/01/2010 Lascia un commento

Brucia la legna davanti alle due faccie, il camino si illumina e riscalda la stanza. Abbiamo trovato un ambiente piuttosto freddo, che non potrà certo permetterci di sopravvivere senza un’adeguato riscaldamento. Le parole volano nell’aria leggere, attendendo che il fuoco faccia il suo dovere. Riscaldare e illuminare, perchè quando le luci diventano soffuse, o addirittura spente, è quel giallo che sale dal basso verso l’alto a permettere alle nostre due facce di vedersi ancora. Altrimenti, avvolte nel buio, avrebbero comunque continuato nei loro discorsi.

E’ diverso tempo che non abbiamo un momento del genere. Uniti, soli, a parlare. Forse mai, davanti ad un camino. Non ricordiamo di averlo già fatto o il tempo trascorso dall’ultima volta è talmente distante che nemmeno più ci ricordiamo. Ora siamo lì, noi due. Abbiamo di fronte dei giorni impegnativi, ma bellissimi. Sappiamo che finalmente potremo stare insieme per un pò di tempo, a prescindere dal resto del mondo.

La casa che ci circonda deve ancora essere toccata. Sarà fatto più avanti, ora c’è lei che richiede le mie attenzioni. I racconti si moltiplicano e si disperdono nell’aria, entrano ed escono dalle orecchie, si dissolvono in risate fragorose, si cementificano in sorrisi sinceri. Il fuoco non prende bene, la legna forse è troppo umida e necessita di un continuo intervento. Tra le parole dette  e quelle lasciate a metà, tra gli argomenti più disparati giocherelliamo a fare i mastri fuocai e teniamo vivo un fuoco che sembra troppo pigro per continuare ad ardere.

Davanti a quel camino acceso, a quella stanza vuota e a quel letto,ai piedi del calduccio sento cementificarsi i miei sentimenti e le mie sensazioni. Sento che sto percorrendo la strada giusta, sento che il futuro davanti a me sarà come me lo immagino, come lo vorrei. Non puoi sentirti altrimenti, in un momento così. Forte e invincibile, sicuro e sereno. Ci sei tu e la tua felicità, lei e la sua bellezza. Tu e il tuo parlare, all’infinito, fino a sfinire. C’è lei, coi suoi silenzi, le sue parole, i suoi sguardi. C’è tutta lei di fronte a te. Come l’hai conosciuta, come stai per conoscerla, come la conoscerai. Questi momenti arrivano a toccarti le corde più interiori e non puoi fare altro che ascoltare quella musica che ti arriva dal cuore

Categories: Racconti

5 giorni di relax

04/01/2010 Lascia un commento

E così il 2010 è iniziato. Bene, potrei dire, o male, visto che oggi sono nuovamente qua in ufficio. Mercoledì si ri-stacca, c’è la Befana, sembra per non dare l’impressione di un ritorno troppo invasivo.


Nel frattempo ottimi 5 giorni passati lontani dal mondo. Lontani si fa per dire, rinchiusi come si era nella nostra casa a Vicenza.  Rinchiusi e festeggianti, rinchiusi e sballinati. Armati unicamente della nostra voglia di divertirci, ci siamo rilassati e siamo andati avanti a farlo fino al 2. Poi sabato sera e ieri il relax l’ha fatta da padrone sapendo anche che oggi si ritornava al dovere. Molta gente è passata per quella casa. Molti amici sono entrati, usciti, sono tornati, se ne sono andati.

Dopo una settimana passata a lavorare al ristorante mi sono concesso la tregua necessaria e dal 28 pomeriggio ho staccato le spine e mi sono concentrato sul divertimento. Il lunedì sera, come avrò modo di raccontare in seguito, è stata una serata particolarmente bella, intensa, romantica, appassionante. Una giusta carica per i lavori dei giorni successivi.


Difatti il giorno dopo, all’alba più o meno (saranno state le 9, ma per chi è in ferie è anche troppo presto per svegliarsi), si era già ai blocchi di partenza, pronti a rivoltare la casa come un calzino. Disabitata da 6 mesi, fredda come non mai, necessitava di una rimessa a lucido per i giorni che stavano per arrivare. Le pulizie sono finite alle ore 15, più o meno e ci siamo potuti finalmente concedere un buon kebab.


Alla sera ci aspettava una super-cena per festeggiare un compleanno e a seguire una partita a Risiko, che a me non piace nella quale percui assisto senza entrare nel merito. Alle 7 ha cominciato ad arrivare la prima gente e da allora nulla è più stato come prima. La cena è stata ottima, la compagnia pure, si è bevuto un paio di bottiglie di vino e tutti siamo tornati a dormire felici di aver passato una gran bella serata.

La vigilia (il 30) sarebbe stata la giornata del poker. Non ricordo il numero esatto delle persone che hanno partecipato alla serata, probabilmente il tasso alcolico era già piuttosto elevato alla presenza di tutti e ora i ricordi si ofuscano nella mia mente. So solo che siamo andati avanti tantissimo, durante la serata e la notte, per concludere a mattina presto una interminabile partita a Texas hold’em.

Per cena avevamo deciso di fare la pizza e il pomeriggio si è partiti ad impastarla, dopo una scorpacciata di risi e bisi, per essere pronta verso le 8. Io no, stavo troppo male e mi sono colpevolmente addormentato. Purtroppo sono state anche le ferie dei miei malanni. Perenemmente con un’orecchio tappato, col raffreddore raffermo, imbombato di medicinali ed aerosol, non sono riuscito a combattere e debellare il mio male. Fa niente, ci riproveremo.
Cmq la pizza l’hanno fatta marghe e bebo e alla fine è riuscita squisita. Ci abbiamo messo diversi ingredienti, l’abbiamo divisa in pezzi e la gente sembra aver apprezzato.

L’ultimo dell’anno nasce con i migliori intenti e finisce per essere ancora meglio del sperato. Gli unici due disperati rimasti in casa rilavano cucina e sala e sistemano le postazioni per la “battaglia”.

Pian piano arrivano tutti, mangiamo qualcosa, ma la mente è già proiettata alla sera. La festa continua, ormai incessantemente da 2 giorni, ma le batterie sono ancora belle cariche. Nel corpo e nella testa.
Si aggiungono inaspettatamente, ma con molto entusiasmo i due pokeristi della sera prima. L’invito è stato accettato a braccia aperte e alla fine ci ritroviamo anzichè 5 come pensato 2 settimane prima, in 12. Beh, un bell’aumento, un bel salto per un capodanno che si preannunciava dal tono un pò minore. Invece è salito come nelle montagne russe per farci ricadere di corsa per le scalette di Monte Berico, mezz’ora dopo essere arrivati in cima in ritardo per tutti i festeggiamenti. Abbiamo brindato noi, abbiamo fatto le nostre cazzatine, ci siamo fatti gli auguri, abbiamo visto un pò di fuochi e ce ne siamo tornati indietro. Con il nostro triceratopo in testa. Siamo andati avanti fino alle 6 e un quarto, poi gli ultimi che dovevano tornarsene a casa se ne sono andati. E con loro abbiamo preso la strada del sonno tutti quanti.

Il giorno dopo è giorno di ripiglio, ma di festa continuata. Un pò di gente se ne va al pomeriggio, alcuni altri restano, si contano i morti e si passa un pò di tempo a cazzeggiare. In un batter di ciglia arriva sera, tardi, i superstiti mangiano un ottimo risotto con la salsiccia e si abbandonano alla visione di Fight Club.

La festa è finita, sabato 2 tutto torna alla normalità. Il ristorante, la casa ordinata, ognuno a casa propria, i propri obblighi da seguire, i propri doveri e i propri richiami. Restano le buone intenzioni per l’anno prossimo, se qualcuno di noi le ha fatte.

Dunque non c’è che augurare un buon 2010 a tutti voi, e che continui com’è partito, cioè con tanta F-E-S-T-A!!!!

Categories: Racconti

La collina/2

10/12/2009 1 commento

La città con le sue mille luci, che è lì, ai nostri piedi, sembra lontana. Non ci sentiamo in dovere di raggiungerla, ci sentiamo in diritto di lasciarla andare. Ci abbandoniamo al nostro piacere, lassù senza contendenti. Senza nessuno che ci possa dire cosa, come, perchè.
Passiamo le nostre mani nelle mani, ci guardiamo sorridendo, perchè basta uno sguardo, molte volte, per interpretare i nostri sentimenti. Ci sentiamo al sicuro, noi due soli contro il mondo. Ci sentiamo più forti, più vivi. O meglio, ci sentiamo finalmente vivi.
Tutto ciò che facciamo giorno e notte ci scorre addosso come acqua, ci bagna, ma non si attacca. Riusciamo a non farci soppraffare dalla consuetudine, dal dovere, dai dettami.
E io per un giorno, per un momento,  corsi a vedere il colore del vento.

La collina

09/12/2009 Lascia un commento

Ti ho raggiunta davvero, questa notte. Appena la luce artificiale della lampadina si è spenta mi è bastato lasciarmi trasportare dai pensieri e ti ho ripresa.
Eri là, in compagnia di qualcuno, che non so bene chi è. Chiacchieravi, del più e del meno. Sembravi felice. Ti sei girata, mi hai visto e mi hai sorriso. Forse eri un pò arrabbiata per ieri sera, ma davi l’idea di comprendere. Hai sempre dato l’idea di comprendere, ponendo la tua intelligenza al di sopra di tutto.
Come hai sempre cercato di riportare le cose al loro ordine, se vedevi che non erano come desideravi.
Mi hai sorriso ed hai allungato una mano a toccarmi un’orecchio, come sempre. Oramai non ci faccio nemmeno più caso. O peggio, faccio caso al contrario, quando manca.
Non ci siamo detti niente, ti ho presa sottobraccio e ti ho portata via con me. Ti ho fatta camminare a lungo, quasi ti sei stancata, ma ti ho portata in cima in cima. In cima ad un monte, una collina tutta verde, che però di sera, com’era lì, non si vedeva. Ti ho fatta sedere e guardare in basso. La città sembrava ai nostri piedi e io ti ho detto che ti ho portata fin qui per farti capire come mi sento quando sto con te.  Tutto ciò che avviene, nel mondo, nei nostri dintorni, assume solamente i contorni di un quadro. Un’opera che non tocchiamo e non ci tocca. Tutto ciò che scorre lo fa sotto i nostri piedi, perchè noi siamo alti e nemmeno ce li bagnamo.

Il concerto dei Placebo

23/07/2009 Lascia un commento

Delirio e un pò di delusione al concerto dei Placebo. All’interno del castello di Villafranca i 3 ragazzotti “inglesi” ci hanno fatto divertire un bel pò anche se purtroppo lo spettacolo è stato troppo breve, secondo me.
Un’ora e mezza di concerto è troppo poco. Saremo stati lì a viverli un’altra ora, all’interno di quella location fantastica. Attorniati dalle mura del castello, siamo riusciti anche a dimenticare la Guardia di Finanza che non ci ha permesso di ri-vendere dei biglietti regolarmente comprati. Un fanculo a chi ci ha impedito questo.
Non conoscevo molto bene questo gruppo, solo da poco avevo cominciato a riavvicinarmi a loro. C’erano però alcune canzoni che conoscevo e che speravo facessero. Tra queste, come avete potuto vedere già in questo blog, c’è Special K, definita “questa è una di quelle che non si possono non fare”.
Cazzutissimo il nuovo batterista, Brian Molko in una serata non proprio di grazia, ma il concerto è stato molto intenso e piacevole.
Come dicevo un’altra ora ci sarebbe stata tutta e mi dispiaccio di non averla vista. Speravo rientrassero, ma la musica “finta” alla fine del concerto segna sempre l’inevitabile fine delle danze.
Mi sono ripromesso che analizzerò meglio i loro testi perchè non li ho mai sezionati fino in fondo.
Tutto sommato un alto voto. Direi che un bel 7,5 glielo do, senza problemi.

Categories: Canzoni, Racconti

Nightmare

29/06/2009 Lascia un commento

Era una festa. C’era lei. E c’era un altro. Li ho visti assieme per poco tempo. La gente pullulava, io giravo con molta frenesia. Ma non staccavo gli occhi da lei. Mi sembrava così distante, così irriconoscibile. Identica nei tratti, ma così diversa nel modo di porsi, di comportarsi.

Li ho visti che si parlavano e avvicinavano, si accarezzavano. Quasi complici. Ricordo un grande campo verde, nella notte, con al centro un grande tondo, di persone e di cose. Irrealizzabile come scena di qualsiasi film. La visuale si faceva sempre più allargata, ma sempre meno specifica. Più salivo e più vedevo la situazione da distante.

E lì immerso nel buio della notte, in questo tondo con falò in mezzo, nel campo verde, tra tanta gente, loro due parlavano e si scambiavano frasi che forse solo loro sapevano. Probabilmente neanche parlavano.

Poi l’ho presa, per un braccio, l’ho portata distante, fuori da quel mondo a parte. Le ho parlato, ma non sapevo cosa dirle. Non avevo ragione di dirle nulla. Sentivo come un verme, dentro lo stomaco, che mangiava le lettere che poco a poco tentavo di espellere. Le parole non mi uscivano e qualsiasi suono emettessi mi sembrava inutile.

Rimanevo io, con lei davanti, le parole che non uscivano, una strana sensazione addosso e lei che sembrava lei, ma non era lei. O il contrario. La mia testa cominciava a pulsare più forte.

Che era? Che succedeva? Cosa mi era capitato? Paura.

Comincio a correre lontano, senza meta, sperando di sudare. E mi volto, ad un certo punto ed è tutto rimonciato.

In mezzo al verde alcuni scalini, senza senso. Lui collassato su uno o due di questi. La gente intorno proseguiva nei propri rituali. Non ricordo musica, forse non ce n’era. O sì, non ricordo.

Lei insensibile ai richiami precedenti. Perchè non guardi? Perchè non segui? Perchè non sei curiosa?

Si avvicina al suo corpo collassato e forse cerca di rianimarlo. Sicuramente si abbassa e si inginocchia davanti alla sua carcassa. Ha attenzioni per lui. Agitazione. Insensibile ai miei richiami, ha attenzioni per lui.

Mi viene voglia di tornare indietro. Lo faccio. Non corro però questa volta. Mi tengo a passo costante e abbastanza spedito. Ma cerco di guardarmi intorno. Cerco di capire dove sono finito. In che girone sono capitato.

Lei non è lei, non può esserlo. Non è così, che non mi bada, che pensa ad un altro. Non lo vede che sto soffrendo? Non lo vede che sto delirando? Dovrebbe cercarmi, confortarmi, dirmi di stare calmo, che non c’è niente che non va. Invece tenta di rianimare lui, la stronza! Lui, che non c’entra un cazzo, che è stato il motivo del mio primo agitarmi, che non so chi sia, ma so che con lei ci sta. Lo stronzo.

Passo davanti ad altri scalini, messi a caso. Vedo due ragazzi. Hanno la lingua intrecciata uno a quella dell’altro. Limonano. Siamo nel 2009, penso. Gusti, subito dopo.

Torno con la mente a lei, mi sto avvicinando. Voglio dirle “Basta, questo supplizio ha da finire”. Ho paura che le parole non mi escano dalla bocca. Forse ancor di più che lei mi guardi con aria sbigottita e mi faccia capire di farmi curare.

In lontananza un groviglio di persone, un campo verde, nella notte nera, un falò acceso, in mezzo ad un tondo. Scalini senza senso, ragazzi che intrecciano le lingue. Fegati che strillano. Sempre più scuro, sempre più nero, sempre più nero, sempre più nero….

Categories: Racconti

Genova, quella giornata di maggio…

05/05/2009 Lascia un commento


Genova, schiacciata sul mare, sembra cercare respiro al largo verso l’orizzonte, Genova che si perde in centro nei labirintici vecchi carrugi..

siamo stati a Genova nel week end. Mi sono preso il lunedì di ferie e ne abbiamo approfittato per mandare tutto e tutti a fanculo e rilassarci 4 giorni in Liguria.
Andare a Genova era un mio sogno da tempo, non so dire bene perchè, ma so dire con esattezza che uno dei promotori di questa mia “passione” è stato l’ascolto, attento e reiterato, di Fabrizio De Andrè.
Ed è stato proprio Fabrizio De Andrè che ci ha portato, scherzo del destino, nella capitale ligure. A Palazzo Ducale, a pochi passi dalla stazione Brignole, hanno organizzato una mostra sul cantautore genovese, oramai giustamente passato alla storia come uno dei migliori poeti contemporanei.
Per noi che da tempo mangiamo De Andrè questa mostra non ha avuto la forza di spingerci ad osservare delle novità, bensì a farci capire, se ce ne fosse stato bisogno, quanto amato era ed è tuttora il poeta della Citta Vecchia. E’ stata una mostra di tipo interattivo, con molti, moltissimi reperti audio-visivi, testimonianze dirette, interviste a De Andrè, dichiarazioni di suoi amici/colleghi/aiutanti/parenti e una lunga coda fuori per entrare….un viaggio in parole e musica nel mondo di chi ha segnato attraverso le stesse parole e la stessa musica un periodo piuttosto lungo della storia culturale italiana.
Ma se De Andrè ci ha portato a Genova grazie ad una mostra, il fatto che lo conoscessimo abbastanza bene e che avessimo già visto gran parte delle testimonianze ci ha permesso di visitare gran parte della città attraversando i vicoli stretti e cupi o come canta Francesco Guccini “i labirintici vecchi carrugi”.
E sono questi carrugi che ti catalizzano l’attenzione, più di ogni qualunque altra cosa. Più dei monumenti, più dei musei, più delle chiese. Cammini per Genova e senti odore di Vita. Ti perdi per le sue vie e ti sembra di viverla, quell’atmosfera da pesce fresco e da urla di pescatori. Ti guardi attorno stupito, queste case costruite alte per farne star di più, in questo sventolare di bandiere al balcone, nella giornata del derby della Lanterna, quest’anno quanto mai sentito da entrambe le fazioni di questa città.
De Andrè era genoano e la sua passione per il Genoa era proprio forte. Anche all’interno del negozio di dischi Gianni Tassio, il più famoso d’Italia, c’è una bacheca dedicata al Grifo. E non puoi non accorgerti, mentre cammini per le strade mezze bagnate, di tutti quegli striscioni rosso-blu appesi ai balconi, alle finestre, a marcare un vicolo, una via, un incrocio, stretto, pedonale. Sono lì a ricordare che Zena è viva e quest’anno più di sempre.
E’ nei vicoli scuri, bagnati, umidi, quasi paurosi, che si sviluppa Genova. La Genova del cuore, la Zena, il Grifone, la città marinara. Entri ed esci da vicoli dai nomi che non ricorderai mai più e ti ritrovi d’improvviso in quella Via del Campo, con la graziosa e la puttana che ti guardano, o che ti sembra di vederle guardarti. Capisci che in quella moltitudine di etnie, di gente, di vita, De Andrè ha affondato i denti nella sua giovinezza. Capisci come questa mescolanza di culture possa nascere un ribelle anarchico come il Faber.
Così, mentre guardi il cielo e ti accorgi che l’essere una città di porto ti espone anche a rischiosi e repentini cambi di tempo, decidi che è arrivato il tempo di fare i conti con la storia e con l’altro cantautore dei nostri tempi, Francesco Guccini.
Piazza Alimonda ti si presenta davvero come un’auiola triangolare. Davanti a te un albero, l’edicola, il bar dei caffè e dei grappini. La memoria che corre, le immagini viste, riviste, stra-riviste. Carlo Giuliani per terra, la jeep che passa sopra al suo corpo già morto. La Storia passa anche attraverso questi luoghi e abbiamo voluto vederli. Nell’insegna della Piazza una scritta in rosso campeggia “Carlo Vive”. E’ un’immagine che ho visto tante volte, in televisione, ricercando Piazza Alimonda, Carlo Giuliani o G8 su Google, ma mai mi sarei aspettato di trovarla ancora lì. I compagni di Grosseto devono essere appena stati qui, perchè hanno lasciato il loro saluto. Anche loro sul muro. Flash, veloci, fotogrammi, cerchi di realizzare, dove, come, in che modo. Resta forte il senso di smarrimento quando mi tornano alla mente quelle immagini, quei momenti, quegli attimi. Dovevo esserci anch’io a Genova, quei giorni, volevo esserci anch’io.
Cadono le prime goccie dal cielo e la nostra preoccupazione va alla tenda, agli asciugamani fuori ad asciugare, alla nostra stanchezza, al nostro viaggio che durerà più di un’ora. In treno leggo il giornale, i fatti del giorno mi scombussolano un pò. Il malessere mi accompagna oramai da 10 minuti e decido che è ora di dormire. Abbadono momentaneamente il mondo che mi circonda. Quando mi risveglio apro gli occhi e guardo nel sedile davanti al mio. Il malessere se n’era andato: realizzo che sono davvero felice.

Categories: Racconti

Butta la palla di là

22/08/2008 1 commento

C’è qualcosa che non va, che non quadra. La gente continua a correre e a me sembra di essere come quelli che tentano di stare nel gruppone per non perdersi. Ma tutto ciò non riesco a digerirlo. Perchè?
Cominciano a tornare a muoversi i neuroni e i miei pensieri si fanno piano piano più decifrabili. Tornano alla mente obblighi e doveri, ma intanto mi lascio trasportare dal piacere.
Ma comunque tutto intorno va veloce. Che c’è? Non riesco più a starci dietro? Eppure ci sono ancora, sono qui, che scrivo, che lavoro, che vivo. Che c’è?
Cazzo, mi sembra stia andando tutto alla velocità della luce, ho come l’impressione che questa sera, a settimana lavorativa finita, sia il semplice preludio al lunedì mattina. Ho il voltastomaco, a pensarci. E’ tutto così rapido che sono disorientato. Non faccio a tempo a guardare il calendario che la mia mente comincia già a proiettarsi verso metà settembre, o addirittura oltre. E se ci penso, mi gira la testa. Mi sembra di non essere me stesso e mi sembra di ritrovarmi giusto alla sera. E tutto è ricominciato in queste due sere, per la precisione. Tutta la velocità del mondo si ferma anche lei, in quegli istanti, in quelle ore. Mi lascia libero e si concede alle altre persone. Ma io mi fermo, in quelle ore.
E’ come lasciarsi cadere, dopo una giornata passata sul ciglio di un burrone. Cadi per sfinimento, ti lasci andare, contento di non dover più opporre resistenza. E così cadi nel vuoto, non pensi a quello che c’è sotto, forse ti farai male, ma per un pò vuoi far saltare la tua testa al di là dell’ostacolo. Come buttare una palla al di là del muro, non sai cosa c’è di là, che fine che farà la tua palla; puoi vederla tornare indietro, come vederla svanire, risucchiata dal nulla. La mia testa al di là del muro, giù per un burrone, in piena libertà di caduta e mistero. E mi piace, perchè sembra che a tutti quelli che corrono io gli stia mostrando un bel dito medio, mentre cado. E sono felice: felice di mostrar loro il mio disdegno, felice di mostrar loro che mi piace, felice cadere nel vuoto, attonito nei miei sensi di estraneità e disorientamento. E mi piace perchè non sono solo, ma stiamo cadendo in due.
Un bel dito medio alla salute di tutti, un bel fanculo al mondo, ora son tornato soll’orlo del burrone. Stasera vogliamo riprecipitare.
Iscriviti

Get every new post delivered to your Inbox.